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La scuola come organizzazione che apprende

La scuola come organizzazione che apprende - Didattica & Comunicazione

Il mondo cambia, sempre più rapidamente. Stare al passo, senza stress, è per molti un’esigenza personale, oltre che professionale. La soluzione sono le organizzazioni che apprendono

In molte famiglie per affrontare efficacemente app, smartphone, tablet e strumenti analoghi ci si rivolgere a chi ha le maggiori competenze sull’argomento: figli e nipoti, bambini o adolescenti, ne sanno spesso molto più dei genitori, nonni e zii. E questo non sminuisce il ruolo genitoriale. Né gli adolescenti consultati si sentono dei “maestri della materia”: loro stessi apprendono costantemente dagli amici, dai tentativi, e probabilmente dalla stessa aria che respirano.

Un esempio banale della realtà odierna: non esiste “un’università delle app” perché sono in costante evoluzione, e l’apprendimento costante e continuo è l’unico approccio possibile. Ma se la tecnologia è un esempio quasi eclatante non bisogna dimenticare che in quasi tutti i settori la globalizzazione ha accelerato tutti i processi e rivoluzionato tutte le regole e molte modalità con cui siamo cresciuti. Basti pensare che un tempo la vera ricchezza, e la vera difficoltà, era trovare le informazioni, mentre oggi il merito e il vantaggio competitivo va a chi sa sceglierle e selezionarle.

Un tempo era possibile dare soluzioni sintomatiche ai problemi, ben sapendo (o, forse, non pensandoci nemmeno) che l’inadeguatezza della soluzione si sarebbe manifestata solo decenni dopo, e il problema sarebbe apparso come nuovo alla generazione successiva. Oggi bastano pochi anni, o pochi mesi, per accorgersi che ciò che era sembrata una possibile soluzione era solo un palliativo che, spesso, ha creato problemi maggiori.

È evidente che ciò che facevamo o il modo di pensare di pochi decenni fa è inadeguato.

Dobbiamo trovare modalità che, contemporaneamente e magari sinergicamente, generino una vita migliore per il singolo e per la società. Non possiamo pensare di fermare o regredire la globalizzazione: non più di quanto si potesse pensare di fermare la rivoluzione industriale o, ancor prima, di fermare lo sviluppo della scrittura.

Personalmente, inoltre, aborrisco l’idea di un singolo individuo sacrificato alla collettività e piazzato come ingranaggio di una catena di montaggio finalizzata alla globalizzazione, e, d’altra parte, le catene di montaggio hanno già perso la sfida nel mondo industriale rispetto ad aziende dove tutti fossero coinvolti, partecipi e consapevoli. Superiamo quindi la scelta dicotomica tra benessere del singolo e sviluppo della società per approdare …

Tra le proposte – risposte che offrono possibilità all’individuo e alla società, o azienda in cui si lavora, spicca quanto ipotizzato, e concretizzato, da Peter Senge ne La quinta disciplina: le organizzazioni che apprendono e, appunto, le cinque discipline.

Le cinque discipline, sviluppate e coltivate individualmente, sono i pilastri su cui poggiano le organizzazioni che apprendono.

La scuola che educa, a differenza della scuola che insegna tecniche e nozioni, è quanto c’è di più vicino ad un’organizzazione che apprende. Ed è assolutamente necessaria.

Si tratta, per molti, di un cambio di prospettiva e di paradigma. Ma è un cambio che, seppur difficile, mette a posto molti elementi. Quanti insegnanti, ad esempio, che hanno sì e no un PC, possono pensare di “salire in cattedra” e spiegare ad alunni di 7-8 anni, dotati di smartphone e abilissimi ad usarli, come utilizzare una LIM? E potete pensare che la soluzione sia evitare di adoperare la LIM?

Se la scuola educa, e l’autorevolezza dell’insegnante è legata alle sue competenze, non è imbarazzante il fatto che l’alunno sappia meglio del maestro quale tasto schiacciare! Esattamente come non è critico che l’insegnante non sappia fornire l’esatta traduzione di un vocabolo ad un alunno madrelingua cinese o arabo.

Se la scuola educa, la leadership dell’insegnante si manifesta come quella di un abilissimo direttore d’orchestra capace di guidare i diversi strumenti, maneggiati da esperti che presumibilmente sanno suonare il singolo strumento meglio di lui, senza dimenticare che la musica si crea dalla sinergia tra gli strumenti.

Nella scuola che educa, organizzazione che apprende, c’è il contributo di tutti, e nessuna demotivazione. Ma non è una scuola caratterizzata da buonismo, ottimi voti per tutti o altre fesserie del genere. Nell’apprendimento devono esserci sfide, traguardi da raggiungere, miglioramenti continui.

Se esiste un’idea di com’è un’organizzazione che apprende, va anche detto chiaro che non esistono prototipi da copiare, modelli da importare o esempi da seguire pedissequamente. Ciò che vi racconteremo saranno quindi riflessioni, suggerimenti, esempi, e i pilastri: le cinque discipline. Ma ogni organizzazione deve trovare il suo modo, e il viaggio è molto più interessante del punto di arrivo.

Quindi: buon viaggio